Parma è la mia città.

Cresciuti con un’incomprensibile senso di superiorità nei confronti dell’universo mondo, noi parmigiani ci culliamo, anzi ci bulliamo, da sempre, delle nostre eccellenze: il cibo, la musica, l’arte. Diciamo il buon vivere. Stavamo perfino per vincere uno scudetto…ma i tempi sono cambiati, non siamo più ai primi posti delle classifiche di vivibilità e benessere che tanto piacciono ai media, i problemi sono ormai quelli di tutte le altre città. E non aiuta il persistere del mito della piccola capitale, che – vorrei ma non posso, ca va sans dire – ambisce, non si sa bene in funzione di cosa, di potersi sedere allo stesso tavolo delle metropoli europee.

Eppure: come faccio a non amarla?

Quando , al tramonto, cammino sul lungo Parma, il torrente che ci piace pensare fiume, gettando uno sguardo allo skyline – lo skyline? si, per me è cosi – delle case che lambiscono la riva, ad un passo dal ponte di Mezzo. O perdendo tempo al Parco Ducale, dove noi bambini di qualche anno fa abbiamo giocato, corso, pattinato, pedalato sui “grilli”. Cartoline di un mondo in bianco e nero, ma non c’è malinconia o tristezza, chiamala poesia se vuoi, a volte è la stessa cosa.

Quando faccio una vasca , quando guardo le vetrine, quando vado al Tardini e “ti ricordi Ceresini, Ancelotti, Scala?”, quando mangio una carciofa, quando “oggi vado a correre in Cittadella” poi incontri un amico e finisce che vai al bar e anche oggi si corre la prossima volta, quando vedo il campetto del quartiere dove sono cresciuto, quando la odio e vorrei essere un milanese o un londinese, quando penso che potrebbe essere ancora piu bella ma…mi piace anche cosi, i belong here. Sei la mia città.

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